Brexit: la guida completa

Brexit, il fenomeno che cambia gli assetti geopolitici, economici e sociali europei. Una carrellata di avvenimenti che hanno portato all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Cosa è avvenuto negli ultimi due anni. Cosa potrà cambiare per i lavoratori, i turisti e gli studenti. L’Italia è spettatore o osservatore interessato?
Sommario
- Cos’è la Brexit?
- La normativa di riferimento
- Il riassunto dei principali eventi
- Brexit: il referendum
- Brexit: il voto del parlamento
- Brexit: il caso della Corte Suprema
- Le cause della brexit
- Brexit: pro e contro
- Tempo necessario per lasciare l’Unione Europea
- Cosa comporta la Brexit per il Regno Unito?
- Cosa comporta la Brexit per l’Europa?
- Brexit: le conseguenze per l’Italia
- Brexit: cosa comporterà per i turisti?
- Cosa cambia per chi si trasferirà nel Regno Unito?
- Brexit: le novità per chi andrà a studiare a Londra
- I prossimi sviluppi
- Brexit: nuova partnership con l’UE
- Regno unito - Unione Europea: chi negozia l’accordo?
Cos’è la Brexit
Brexit è il fenomeno che ha portato il Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda del Nord) ad uscire dall’Unione Europea.
Storicamente il Regno Unito, a differenza degli altri Paesi continentali, non ha mai condiviso una convinta adesione all’Unione Europea ed a quelli che erano i valori della comunità. Sicuramente a favore del mercato comune e della libera circolazione, le incertezze sulla UE hanno sempre pervaso lo Stato britannico. In effetti lo UK non ha mai aderito a quelli che erano i grandi trattati come quello della moneta unica (Euro) ed ha comunque avuto sempre un ampio distacco rispetto alle politiche comuni europee.
La normativa di riferimento
La norma di riferimento che ha permesso al Regno Unito di recedere il trattato internazionale è quella che fa capo all’art. 50 del TUE (Trattato sull’Unione Europea), il quale dispone che “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. La procedura si attiva con l’invio da parte dello Stato che decide di recedere dal trattato attraverso una notifica di tale intenzione alla Presidenza del Consiglio Europeo. Infatti, il 29.03.2017 il Regno Unito ha deciso di attivare con le suddette modalità tale procedura, dando avvio alle modalità di rito per il recesso.
Il trattato di Lisbona in vigore dal 2009 prevede infatti che ogni stato che decida di recedere dall’ UE lo faccia attraverso un accordo che venga poi sottoscritto dalla UE e dallo stato recedente. Le procedure per la separazione hanno termine - e quindi i trattati finiscono di aver corso di validità fra lo stato membro e l’istituzione - dalla sottoscrizione dell’accordo o successivamente ai due anni dalla notifica, salvo diverso accordo di proroga fra le parti. L’accordo deve essere approvato dal Consiglio Europeo e successivamente a maggioranza qualificata dal Parlamento Europeo.
La modalità d’esecuzione di recesso attraverso un referendum, come avvenuto nel Regno Unito è, invece, irrealizzabile in Italia, poiché secondo i dettami costituzionali i trattati internazionali non sono soggetti a referendum.
Il riassunto dei principali eventi
Il clima di tensione che da sempre ha pervaso il Paese nei confronti dell’Unione e che sembrava essersi disteso con l’avvento della terza via prospettata da Tony Blair, inasprita dagli anni di conservatorivismo della Thatcher; questi storici risentimenti ritornati a farsi vivi fra le strade, in particolar modo negli ultimi anni, complici il clima di euroscetticismo in tutta Europa, la crisi economica e la asserita discutibile gestione dispotica delle politiche europee da parte della Germania.
Si parla di Brexit dal 2015 in maniera insistente, fino a giungere, al 26 Giugno 2016, al tanto proclamato referendum che contrapponeva i sostenitori del “Leave” ad i sostenitori del “Remain”.
Il quadro politico era, allo stato dell’arte, un quadro molto confuso, infatti lo stesso partito di maggioranza - quello dei Conservatori - allora presieduti da David Cameron era diviso, lo stesso leader dei conservatori, infatti, era un sostenitore della permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. Insieme alla parte moderata dei conservatori vi erano (tiepidi sostenitori) i Laburisti guidati da Corbyn ed i Liberali, che però avevano sostenuto la liberà di scelta nell’elettorato di riferimento, senza turbare molto gli animi ed inasprire i toni all’interno dei rispettivi partiti.
Sulla parte opposta dello schieramento vi erano invece, per i conservatori l’ex sindaco di Londra Boris Johnson con una frangia più dura dei Conservatori e l’UKIP parito dell’eclettico Nigel Farage, parlamentare europeo di lungo corso che da sempre ha sostenuto la lotta contro l’Unione nel Regno Unito ed all’interno delle istituzioni europee, attualmente leader del neonato Brexit Party.
Il referendum
Il referendum, svoltosi il 26 Giugno del 2016, venne sottoposto ai britannici come un referendum consultivo, risultò invece avere molto più eco di quanto non si credesse, facendo sì che il risultato delle urne avesse un carattere quasi vincolanti, misurando non solo per le sorti del Regno Unito in Europa, ma anche il gradimento dello stesso governo in relazione alla politica estera e di commercio internazionale.
All’esito della votazione il referendum si concluse con il risultato di 48,1% per il Remain contro il 51,9% nei confronti del Leave, manifestando così il sentimento euroscettico del Paese. Alla luce del risultato il premier Cameron, sorpreso dal risultato elettorale rassegnò le proprie dimissioni, ed al suo posto, dopo le sue dimissioni e successive elezioni subentrò Theresa May. Fu lei infatti ad avviare i negoziati per la Brexit. Il primo ostacolo al processo avvenne quando, nel 2017 venne sollevato all’attenzione della Corte Suprema l’obiezione secondo la quale doveva essere il Parlamento britannico ad esprimere il proprio assenso nei confronti della Brexit, essendo il Referendum del 2016 solamente consultivo. Dopo l’approvazione del parlamento il 29 Marzo 2017 è stato notificato al Consiglio Europeo la volontà di recedere da Parte del Regno Unito.
Il caso della Corte Suprema
Nella faccenda Brexit la Corte Suprema si è espressa ben due volte per due faccende differenti, ed entrambe le volte è stata di forte ostacolo nei confronti della fluidità del percorso del Regno Unito fuori dall’UE.
Per la prima volta è toccato esprimersi sulla genuinità e sull’efficacia del referendum, infatti, il referendum così come era stato indetto nel 2015 e svolto nel Giungo 2016 era solamente un referendum di carattere consultivo; ciò significa che è stato stabilito attraverso una pronuncia del 2017 che fosse il Parlamento ad avere l’ultima voce in capitolo sulla faccenda Brexit, in quanto seppur il parlamento è espressione del popolo sovrano è esso comunque l’unico organo competente a recedere dai trattati internazionali e negoziare l’uscita dall’Unione Europea per nome e conto dei cittadini che lo hanno eletto. Questa situazione ha portato non poche difficoltà in quanto non tutti i parlamentari eletti hanno osservato pedissequamente quella che era stata la pronuncia delle urne, ed infatti si sono succeduti diverse votazioni e diversi ribaltoni all’interno della stessa maggioranza.
Per la seconda volta invece la Corte si è pronunciata nel 2019 in merito alla sospensione dei lavori richiesta dal premier Boris Johnson in prossimità della Brexit, ritenendo tale sospensione delle sedute pretestuosa ed ostativa rispetto allo svolgimento del corretto svolgimento del processo democratico parlamentare. Per questo motivo, successivamente alla revoca del Settembre 2019 i lavori hanno ripreso e la Corte ha dissolto anche questa spinosa questione.
Il voto del parlamento
Dopo la pronuncia della Corte Suprema il parlamento ha affrontato l’annosa questione del voto parlamentare, non rivelatosi di certo una questione semplice. Il parlamento ha affossato ben tre accordi che gli sono stati sottoposti, due per mano di Theresa May ed uno per mano di Johnson – che non ha mai visto l’aula -, attualmente l’accordo “definitivo” non è stato portato all’attenzione dei deputati negli ordini del giorno, pur essendone noti i contenuti.
il primo accordo sul quale il parlamento ha dovuto deliberare è quello del Gennaio 2019, sottoscritto in Novembre, che prevedeva: un periodo di transizione per le leggi europee in GB durante i successivi dall’uscita dall’Unione Europea, la rinuncia al backstop in Irlanda del Nord, facendo leva sugli accordi del Venerdì Santo, che impedivano allo UK di istituire un confine fisico fra le due Irlanda, oltre l’inclusione del Regno Unito nel mercato unico ed un trattamento differenziato dell’Irlanda nel Nord rispetto al resto del Regno. Oltretutto era una questione spinosa sul “quantum” la Gran Bretagna dovesse pagare per uscire dall’Unione.
Questo accordo venne bocciato con una maggioranza schiacciante di oltre 400 voti contrari fra i quali anche quelli dei conservatori. Il secondo accordo votato nel Marzo 2019 invece, rispetto quello del Gennaio variava veramente di pochissimo, ed infatti anche questo fu bocciato da una maggioranza trasversale molto ampia. Rispetto al precedente si era prospettato quello che era lo “spostamento del confine” fra Irlanda ed Irlanda del Nord in mare, evitando così il backstop. I Conservatori in tale circostanza chiesero alla May di sottoporre proposte alternative, più che utilizzare il backstop come arma, considerando l’ipotesi di un confine mobile con l’utilizzo di strumenti tecnologici. Ancora venne inserita una clausola che avrebbe reso unilaterale l’interpretazione dell’accordo fra UE e Brexit così da non creare situazione sconvenienti e conflittuali. Anche questo accordo venne bocciato nel Marzo con una maggioranza di 432 voti.
Il terzo e si spera ultimo accordo, è quello negoziato dal governo Johnson (di seguito verranno riportati i dettagli), che sembra in maniera a volte convincente ed a volte meno convincente, aver risolto tutte le questioni ancora insolute fra le parti. Questo accordo però, grazie all’emendamento Letwin non ha ancora visto l’aula. Di cosa si tratta: il deputato Letwin, conservatore sui generis, ha proposto un emendamento nella seduta del sabato 19 Ottobre, data limite entro la quale era prevista la sottoscrizione dell’accordo, approvato con 322 voti, che prevede l’uniformazione delle leggi britanniche a quelle inerenti la Brexit ed i rapporti con l’Unione Europea.
Questa controversa situazione ha costretto il premier ad inviare una lettera (non sottoscritta) nella quale si chiede a Tusk di posticipare la Brexit al 31 Gennaio 2020, non essendo stato possibile calendarizzare in due giorni tutte le attività conseguenti l’adeguamento delle norme in esame che riguardano l’accordo. Una vittoria però c’è per Johnson che per la prima volta vede, nonostante lo sgambetto di alcuni Tory, l’approvazione da parte del parlamento ad un accordo su Brexit, che si prevede sarà inoltrato entro il 31 Gennaio, anche se a detta del Primo ministro britannico potrebbe avvenire anche prima.

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Nel mirino dei detrattori dell’UE ci sono di certo i metodi di gestione da parte degli organismi europei. Infatti, più volte il governo della regina ha lamentato un atteggiamento dell’Europa “tedescocentrico”, la bolla è scoppiata nel momento in cui, mentre la crisi economica si acuiva per tutta l’Europa, la Germania riusciva a tener botta sagomando le politiche europee alle proprie politiche nazionali, sostenuta da alcuni “stati satellite” affini ad essa come quelli dell’est Europa che avevano ricevuto un forte sostegno economico allo sviluppo negli anni precedenti. L’influenza della Merkel nel governo di Bruxelles hanno inasprito gli animi di oltremanica. I grandi sostenitori di questa teoria detrattiva erano e sono l’ala più radicale dei conservatori guidati da Johnson ed altri come Rees Mogg e gli euroscettici dell’UKIP, attualmente Brexit Party guidati da Farage.
È stato possibile per il Regno Unito poter attuare questo tipo di politiche alla luce della nota indipendenza che lo stesso aveva verso l’Europa, nonostante facesse parte dell’Unione (quella monetaria su tutte).
Brexit: pro e contro
Di certo per la Gran Bretagna una maggiore autonomia può significare una più variegata scelta strategica per aumentare la propria competitività sui mercati, attraverso un sistema di svalutazione competitiva o attraverso sistemi protezionistici e di dogane. Di certo nel cuore degli inglesi c’è il sentimento di poter riportare il Regno Unito ai fasti dell’Impero e del Commonwealth, rendendolo nuovamente un player principale sulla scena mondiale.
La situazione potrebbe invece essere favorevole all’Italia nel panorama continentale, dal momento in cui, essendosi tirato fuori un partner importante all’interno dell’Unione, che pur avendo avuto sempre un piede fuori da essa ha sempre avuto una pesante voce in capitolo, ad ora, sarà abilità dei governi italiani saper giocare il ruolo del “terzo” fra Francia e Germania all’interno dell’Unione Europea ed aggiudicarsi un posto di primissimo piano che di recente il nostro Paese sembra abbia un po’ sbiadito
Tempo necessario per lasciare l’Unione Europea
I negoziati portati avanti da Unione Europea e Regno Unito hanno riscontrato non poche interruzioni, in quanto più accordi sono stati sottoposti dal Regno Unito e viceversa e prontamente affossati dalle istituzioni europee e dal palamento inglese. Più volte è stata messa in discussione anche la leadership della May, per cercare di concludere la procedura nei due anni dettati dall’art. 50. Ad oggi dopo diversi anni di trattative e diversi No che hanno portato al logoramento dapprima di Cameron e poi della May (costretta alle dimissioni dopo diversi tentativi di sfiducia), e che per lungo tempo hanno fatto temere un cosiddetto No Deal, ovvero una uscita da parte del Regno Unito senza accordo sottoscritto, il in sessione straordinaria il Parlamento Inglese dopo una lunga sospensione dei lavori, dopo un periodo di fortissima pressione politica, e dopo che sembrava essersi raggiunto un accordo, sembra essere tutto di nuovo nel pantano, avendo Johnson notificato al presidente Tusk una lettera per una nuova proroga, dopo la discussione di due emendamenti, che consenta alla normativa inglese di adattarsi alla Brexit prorogando l’uscita della Gran Bretagna al 31 Gennaio 2020.
Cosa comporta la Brexit per il Regno Unito?
La conseguenza più ovvia potrebbe essere la svalutazione della Sterlina ed una contrazione del mercato immobiliare, non va comunque sottovalutato il ruolo che Londra svolge per l’Europa nei mercati finanziari; infatti la capitale inglese era considerata il cuore della finanza europea, e questa uscita del Paese britannico potrebbe comportare anche un ritiro da parte degli investitori ed una perdita finanziaria a scapito di altre piazze in Europa ma soprattutto fuori continente, in realtà emergenti e sicuramente appetibili.
Le conseguenze più immediate per i cittadini europei sarebbero di certo un caroprezzi dei trasporti, in particolar modo dei biglietti aerei, delle tariffe telefoniche e sulle merci di scambio. Il Regno Unito invece vedrebbe difficoltà, oltre che sui mercati finanziari, in settori come lo smaltimento dei rifiuti e la depurazione dell’acqua, servizi provenienti quasi totalmente dall’Europa.
Cosa comporta la Brexit per l’Europa?
L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea di certo non comporterà una perdita indolore, da entrambe le parti. Infatti, si stima che tanto da parte dell’UE che da parte dello UK ci possa essere una significativa contrazione del PIL e quindi una contrazione degli scambi commerciali che si tradurrebbe in una significativa perdita di posti di lavoro. Si pensa ad una perdita in termini economici vicina allo o,4% per l’Unione Europea ed all’1,2% per la Gran Bretagna. La conseguenza della Brexit potrebbe fra l’altro significare una riduzione del personale totale all’interno del personale amministrativo europeo, o comunque un aumento delle entrate dirette per sopperire a quanto lo UK pagava per l’apparato europeo. Inoltre la quota parte che il Regno Unito conferiva potrebbe essere ripartita sotto forma di aumento proporzionale verso i restati Stati dell’Unione.
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Brexit: le conseguenze per l’Italia
L’Italia, secondo uno studio di S&P, sarebbe su un indice di venti Paesi UE al diciannovesimo posto per le conseguenze della Brexit. I rapporti commerciali fra il Belpaese e la Gran Bretagna rappresentano solo il 3% del PIL annuo e consterebbero in una riduzione degli export, soprattutto agroalimentare, che vedrebbe insieme agli alcolici la contrazione maggiore. Si parla comunque in un corto giro di una perdita per l’economia italiana pari a circa 3 miliardi, che potrebbe in 5-7 anni ad arrivare anche a 10-11 miliardi totali di perdite nell’export.
Brexit: cosa comporterà per i turisti?
Per quanto riguarda i turisti, ad ora non sembrano esserci mutamenti sensibili. Allo stato attuale non è prevista nessuna novità e sembra che da entrambe le parti ci sia la volontà di proseguire su questa strada. Infatti, non è necessario il passaporto per recarsi in UK oggi e verosimilmente non lo sarà nemmeno dopo il 2021. Sarà semplicemente valida una Carta d’Identità valida per l’espatrio. Le ipotesi più estreme legate alla circolazione di merci persone e lavoratori sarebbe da prendersi in considerazione solamente in caso di No Deal e senza alcun accordo disciplinato sulla materia.
Cosa cambia per chi si trasferirà nel Regno Unito?
Per quanto riguarda la circolazione delle persone, intesi tanto i turisti quanto i lavoratori, essendo la Gran Bretagna un Paese dell’Unione Europea, è ancora assoggettata ai suoi vincoli, e quindi ad oggi non vi sono, nonostante la procedura si sia avviata, particolari oneri burocratici per chi vive, lavora o studia in UK.
La situazione potrebbe cambiare dal prossimo anno, in quanto l’uscita dall’Unione Europea, seppur in fasi graduali potrebbe comportare difficoltà nello stabilizzarsi in questo Paese. Verrebbe così a nascere per chi dovesse stabilirsi dopo il 2021 il una situazione secondo la quale ogni cittadino potrebbe spostarsi e lavorare in Inghilterra anche senza contratto di lavoro per un massimo di 12 mesi, dopo questi 12 mesi non sarà consentita la permanenza. Per quanto riguarda quanti lavorano in Gran Bretagna da più di 5 anni potrebbero acquisire il cosiddetto settled status, e cioè lo status di residente permanente. Tali garanzie saranno comunque vicendevoli, e cioè ogni cittadino britannico residente in UE fruirebbe degli stessi regolamenti.
Brexit: le novità per chi andrà a studiare a Londra
Per quanto riguarda gli studenti stranieri, comunità fortemente in crescita, si pensa che sarà applicata agli studenti europei la stessa tassa applicata agli studenti extracomunitari, che vedrebbero le rette universitarie annue aggirarsi fra i 14 ed i 19 mila euro all’anno. Non si esclude comunque che anche questo aspetto possa rientrare in un prossimo futuro nel novero dei negoziati fra Regno Unito ed Europa, così da poter dare una “corsia preferenziale” agli studenti UE oltremanica. L’Unione Europea sta già lavorando ad un accordo proroga per gli studenti europei che si iscriveranno entro il 2021 in una università britannica e comunque si sta lavorando ad un accordo per contenere i prezzi, per così dire, attraverso un accordo che preveda un rialzo massimo vicino al 10% rispetto alla tariffa attualmente applicata agli studenti comunitari, mettendoli così in una corsia preferenziale rispetto ai cittadini extraeuropei che studiano nel Regno Unito.
I prossimi sviluppi
Attorno alla Brexit c’è stato un disfattismo diffuso, alcune frange europeiste ortodosse vedevano l’evento con le sole accezioni negative del caso, infatti, alcuni prevedevano che se avesse vinto il Leave il Regno Unito e tutta l’Europa sarebbe crollata nel caos più totale. All’indomani del referendum dopo un brevissimo periodo di instabilità (qualche giorno) la sterlina ha riassestato il suo valore ed addirittura la disoccupazione è scesa nei due anni successivi, grazie anche all’onda lunga della ripresa dei consumi in tutta Europa e negli Stati Uniti.
Attualmente la Brexit potrebbe, anche per l’Italia, rappresentare una grande opportunità, poiché una sterlina più competitiva potrebbe significare una maggiore possibilità di investimento nel Regno Unito per i nostri imprenditori, che hanno visto questo mercato sempre un po’ più ostico per le cifre d’accesso esorbitanti.
Brexit: nuova partnership con l’UE
L’importanza strategica che Il Regno Unito ha per l’economia continentale, di certo non verrà sottovalutata dal governo di Bruxelles. Abbiamo, infatti, esempi virtuosi di collaborazioni con l’UE da parte di Paesi esterni alla comunità e che hanno un tenore di vita molto alto, come ad esempio la Svizzera, che pur essendo fuori dall’Unione, intesse con essa una serie di rapporti commerciali proficui e senza alcun ostacolo, assimilabili comunque a quello che sarà il ruolo futuro del Regno Unito nell’economia europea. Certamente i maggiori controlli doganali, o eventuali aliquote applicate da e verso il Regno Unito, non saranno d’ostacolo per i commerci, e si immagina comunque che verrà consolidato uno standard comune con il Paese di Sua Maestà in merito alla qualità dei prodotti importati ed esportati, alla circolazione delle persone, delle professioni e delle merci, mantenendo comunque una certa organicità all’interno del continenete.
Regno unito - Unione Europea: chi negozia l’accordo?
I negoziati per conto dell’Unione Europea vengo portati avanti da Michel Barnier, in quanto delegato del presidente Tusk. Il Il nuovo premeier Johnson, che ha istituito un dicastero apposito per la questione, che sembra comunque aver raggiunto un accordo quadro con L’Unione Europea in concerto con l’intero governo dei c.d. “brexiteer” che lo compongono. L’accordo proposto nel Gennaio e poi nel Marzo dalla May (poi rigettati dal parlamento) prevedeva la fine della libera circolazione da parte dei cittadini britannici all’interno dell’UE, l’abolizione del confine fra Irlanda ed Irlanda del Nord (tale da preservare un ventennio di pace fra i due Stati) ed un versamento di circa 39 miliardi di Euro da parte dell’UK alla UE, oltre che la fine della giurisdizione della Corte di Giustizia Europea sul Regno Unito.
Il nuovo accordo negoziato dal governo Johnson sembra raggiungere la via di mezzo cercata da entrambe le parti e sembra porre fine alla spinosa questione nordirlandese tanto discussa:
- per l’uscita il Regno Unito pagherà all’Unione Europea 33 miliardi di euro;
- si allineerà all’Europa rispetto ai temi riguardanti ambiente e condizione dei lavoratori;
- sposterà il confine fisico doganale - il così detto backstop - dell’Irlanda del Nord in mare, fra Belfast e lo UK cosicché le merci abbiano un controllo doganale fisico quando entrano e quando escono dalla Gran Bretagna;
- la transizione sulle leggi europee in vigore nel Regno Unito durerà per un anno dall’uscita del Paese e quindi fino alla fine del 2020;
- l’Irlanda del Nord avrà una condizione doganale speciale, infatti essa sarà legislativamente accorpata al Regno Unito, ma di fatto sarà sotto l’egida delle regole commerciali europee per almeno quattro anni, e la stessa Irlanda del Nord potrà decretarne dopo questo periodo l’interruzione o il rinnovo.
Sul tema della brexit leggi anche: Brexit: le conseguenze privacy per le aziende.